“La strega fu la comunista e la terrorista della sua epoca — un’epoca che necessitava di una spinta ‘civilizzatrice’ per produrre una nuova ‘soggettività’ funzionale alla disciplina del lavoro capitalista… La posta in gioco era distruggere non solo i corpi delle streghe, ma un intero universo di relazioni che erano alla base del potere sociale delle donne, nonché un vasto patrimonio di conoscenze trasmesse di madre in figlia attraverso le generazioni.” (p. 54)

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Silvia Federici, via Carta Capital

La lettura di questo libricino (NERO, Roma 2020, traduce Witches, Whitch-Hunting and Women, PM Press 2018) non era tra le mie priorità di questo periodo. Non conoscevo il lavoro di Silvia Federici e avevo letture più urgenti da affrontare. Ma ha una copertina sexy e si porta facilmente a letto, così una sera l’ho preso in mano con l’intenzione di spulciare qualche pagina, e non sono più riuscito a smettere. Scoprire che la caccia alle streghe non è solo, come pensavo, un episodio tardo medievale e premoderno, ma un fenomeno riesploso in epoca post coloniale e ancora attuale in Africa, India e in diversi paesi dell’America latina e del sudest asiatico ha sicuramente avuto un ruolo nel farmi continuare. Ma il punto di non ritorno è stata probabilmente una frase che ho trovato a pagina 22, dove l’autrice spiega: “al pari del commercio degli schiavi e dello sterminio delle popolazioni indigene del Nuovo Mondo, la caccia alle streghe si colloca al bivio di un insieme di processi sociali che hanno aperto la strada al moderno mondo capitalista.” …


Nel corso del 2020 ho letto due libri di James Ballard. Il condominio (1975) l’avevo comprato qualche anno fa, attratto dal riassunto in quarta di copertina, ma era rimasto a prendere polvere in libreria fino a che mi è venuta voglia di leggere un libro di carta. Hello America (1981) l’avevo sul Kindle, che tempo fa ho infarcito un po’ a casaccio con una collezione di ebook di fantascienza scaricati da internet. (Li raccomando entrambi: mostrando come la degenerazione esponenziale dei comportamenti di un gruppo umano costretto all’interno di una architettura sociale non sia altro che la conseguenza dei bias di progettazione dell’architettura medesima, Il condominio proietta ombre inquietanti sui social media contemporanei; mentre Hello America, seguendo un gruppo che parte alla riconquista di un’America abbandonata dopo un collasso climatico che l’ha resa invivibile, rivela quanto il make America great again — ripetuto più volte da uno dei protagonisti del romanzo — sia radicato nel genoma statunitense). …


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Valentina Tanni, Memestetica. Il settembre eterno dell’arte, NERO, Roma 2020

Non possiamo continuare a navigare sulla superficie e rigettare tutto il resto, perché il settembre eterno è la nostra nuova realtà.” (p. 242) Il settembre eterno di cui parla Valentina Tanni nell’ultima frase di Memestetica (NERO, Roma 2020) è la condizione senza ritorno generata dall’accesso globale e orizzontale ai mezzi di produzione creativa e di distribuzione, reso possibile dall’avvento dell’informatica di consumo e della rete: una condizione in cui “l’impulso creativo sta diventando un comportamento diffuso” (p. 13), in cui il modello del professionalismo viene messo in discussione dall’avvento del Pro-Am — l’“amatore con standard da professionista” (p. 9) — e in cui l’arte (del presente e del passato) si trova ad essere ridotta allo status di materiale disponibile (p. …


“È possibile che la natura fondamentale della materia non soggiaccia ad alcuna legge? è possibile che la stabilità e l’ordine del mondo rispecchino soltanto un equilibrio dinamico provvisorio, verificatosi in un angolo dell’universo? Un fugace gorgo in un flusso caotico?” (p. 66)

“… più qualcosa era trasparente, più risultava enigmatico. L’universo stesso era trasparente e, se si possedevano occhi abbastanza acuti, si poteva vedere molto lontano. Eppure, più avanti si spingeva lo sguardo, più il cosmo diventava imperscrutabile.” (p. 115)

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Miao Xiaochun, H2O Genesis, 2007

Il problema dei tre corpi (Mondadori 2017; edizione originale 2008) nasce da un presupposto, chiarito dall'autore nel poscritto all'edizione inglese: che le forme di vita aliene siano la più grande ragione d’incertezza per il futuro dell’umanità. Perché il contatto con loro potrebbe avvenire in qualsiasi momento, e perché costringerà, per la prima volta, l’umanità collettiva a confrontarsi con una controparte esterna — e l’esito di questo confronto non può che essere imprevedibile. Secondo l’autore, “per una forma di vita fragile come la nostra” essere solidali tra noi e pronti ad attribuire le intenzioni peggiori a ciò che è alieno è sicuramente l’atteggiamento più responsabile. …


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Photography by Vilém Flusser. consular qualification of Vilem Flusser written by the Consulate General of Brazil in London and filed in the National Archives (Rio de Janeiro, Brazil). 1945, unknown author, Wikimedia Commons

Ho comprato questo libro (1985; traduzione italiana: Immagini. Come la tecnologia ha cambiato la nostra percezione del mondo, Fazi 2009) alcuni anni fa, mentre facevo delle ricerche sulla fotografia digitale. Ho cominciato a leggerlo guidato da una necessità, e trovandolo inutile, l’ho abbandonato dopo poche pagine. Oggi, a fine lettura, so che per Flusser inutile è un complimento, ma all'epoca mi vergognai un po’ di non essere riuscito a conciliare il suo pensiero sulla fotografia con il mio. …


Il primo libro che ho letto di Octavia Butler (1947–2006) è stato Ultima genesi (Dawn, 1987), il volume che apre il ciclo della xenogenesi e che mi ha fatto immediatamente innamorare di questa scrittrice afroamericana che negli anni Ottanta immaginava un’umanità prossima all'estinzione, salvata da una razza aliena (gli Oankali) che cerca la sopravvivenza attraverso l’ibridazione. Ho trovato stupefacente come un essere umano che ha vissuto sulla sua pelle le problematiche connesse alla diversità (la razza, il genere) fosse in grado di concepire, trentanni prima dello xenofemminismo e di Donna Haraway, una mitologia che le supera entrambe. …


Published in: Lorenzo Giusti, Nicola Ricciardi (Eds.), Museums At The Post-Digital Turn, Amaci — OGR — Mousse Publishing, Milan 2019, pp. 177–198. Buy the book here

The aim of this contribution is to contest itself — or, rather, its title. It is to demonstrate that, at the end of the second decade of the twenty-first century, we have reached an evolutionary phase in the so-called digital arts in which there is no longer any point hypothesizing about whether it is necessary to develop specific exhibition strategies that may facilitate public presentation in the display spaces of contemporary art of works that make use of digital media in their production or distribution, and/or make reference to the themes, aesthetics, and procedures that have emerged alongside digital media. [1] Further radicalizing the matter, this text sets out to show that today, the “problem” with digital art lies in the very use of this term, and in the artificial logics of merging (of works and artists that have little or nothing in common) and of segregation (from the rest of contemporary art) that its use reflects, and at the same time contributes to maintaining and consolidating. …


Written for and published in: Documents — Collecting digital art — Volume 2–2007–2018, Les presses du réel, Dijion, November 2018. Preface by Florian Bouquet and Marie-Claude Chitry-Clerc. Foreword by Valérie Perrin. Texts by Cécile Dazord and Domenico Quaranta. Co-published with the Espace multimédia Gantner. English — French, ISBN: 978–2–37896–019–3.

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Exhibition View, Hito Steyerl “Hell Yeah We Fuck Die” at Kunstmuseum Basel Gegenwart 2018 / Photo: Marc Asekhame / Courtesy: Andrew Kreps Gallery, New York

“Today, one must struggle, not — as Greenberg did — for the preservation of an avant-garde that is self sufficient and focused on the specificities of its means, but rather for the indeterminacy of art’s source code, its dispersion and dissemination, so that it remains impossible to pin down — in opposition to the hyperformatting that, paradoxically, distinguishes kitsch.”


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Cover image: Jon Rafman, Tokyo Red Eye (massage chair), 2015. Photo: Thierry Bal. Image courtesy of the artist

Media, New Media, Postmedia è stato scritto tra il 2008 e il 2010, per aiutare prima di tutto me stesso, l’autore, a venire a capo di quello strano conflitto tra mondi dell’arte di cui facevo, e faccio tutt’oggi esperienza quotidianamente, nel mio lavoro di docente, critico e curatore; per metterne a fuoco e spiegarne le dinamiche e le motivazioni profonde, per studiarne e illustrarne gli sviluppi storici, e per indicare una via d’uscita possibile. I mondi dell’arte a cui faccio riferimento sono il mondo dell’arte contemporanea “mainstream”, con la sua popolazione di artisti e professionisti e il suo paesaggio di musei, gallerie, biennali, premi, fiere, riviste; e il mondo della cosiddetta New Media Art, messo a punto tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta del Novecento per ospitare, sostenere, nutrire, discutere, valorizzare e conservare la sperimentazione artistica con le nuove tecnologie in una fase storica in cui queste ricerche erano, con poche eccezioni, ignorate dal mondo dell’arte. …


I pick the phone, type the security code, aim straight to the “Camera” app. I raise it in front of me, and when the image I see on the screen convinces me, I press a virtual button. Three times. I open the gallery, choose the picture I prefer, select “Share” and “Instagram”. I frame the image, apply a filter, access the parameters and add some contrast. I proceed by “tagging” a person and adding a couple of #hashtags and a caption, then I share it. Instagram automatically posts my image on Facebook and Twitter. If I am lucky, a cloud of hearts and thumbs will rise around it, maybe a few comments. Maybe someone will download it and do something with it. Or maybe not. …

About

Domenico Quaranta

Domenico Quaranta is a contemporary art critic, curator and educator based in Italy. He’s the author of Beyond New Media Art (2013). http://domenicoquaranta.com

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